La voce di romagna  (10.11.2005)

Al Goldoni la prima dei Diablogues

La lotta per la vita si anima in Pirandello

 

BAGNACAVALLO – Abolire la finzione; scenica come principio costitutivo. E il teatro, diventa così il luogo stesso in cui si svolge il dramma vero, non quello finto, e diventa l"emblema del contrasto fra finzione e realtà che caratterizza la condizione dell’uomo moderno.
La poetica di Pirandello si fa atto nella indovinata mise en scene de "L'uomo, la bestia e la virtù”, la piece presentata martedì sera al Goldoni di Bagnacavallo in anteprima nazionale dalla Compagnia Diablogues. Quello che c’è di nuovo è l'occhio con cui Stefano Randisi (Nonò) ed Enzo Vetrano (Paolino) danno voce,in circa due ore (con intervallo) a questa "tragedia annegata nella farsa”.
Se qualcuno vuole affrontare Pirandello deve confrontarsi con loro. Sono marionette dalla forte caratterizzazione, personaggi burattinati. Sono menti attente alle sfumature: alla macchietta mai scontata, alla forza della parola. Ai micromovimenti. C'è una forza tutta loro, una vis attoriale strepitosa, un occhio che è dentro la scena e allo stesso tempo fuori, quasi a veder vivere sul palco la storia.
Vetrano e Randisi “entrano” dentro Pirandello per estrapolare quell'anima terrigna, sicula, aspra e dura, dei pupi e dell’uomo.
Una scenografia semplice e indovinata - a mo di lavagna, il pubblico incontra una specie di armadio, verticale e sei ante, sei usci: che rimandano a uno spazio “altro”, esterno fa da location al dramma di una donna, Assunta Perella, sposata con un capitano di lungo corso che si è formato un'altra famiglia e che torna dalla moglie due volte all'anno. Tra loro i rapporti coniugali sono inesistenti. Da anni Assunta è l'amante di Paolino, insegnante di suo figlio Nonò. Un giorno scopre di essere incinta e attende con angoscia il ritorno del marito. Paolino le consiglia di drogare il capitano con un afrodisiaco in modo che compia il suo dovere. Il capitano Perella non solo compie il suo dovere ma torna ad amare la moglie e Paolino, sconfitto, deve andarsene.
Per introdursi nelle stanze dell’officina segreta di Pirandello, Vetrano e Randisi scavano con le mani nell’humus della parola per dare corpo a due figure forti e precise, dolci e allo stesso tempo ruvide, malinconiche.
Nonò, bambino senza amore, nasconde nel silenzio il dolore di una mancanza affettiva. La stessa di Paolino, uomo e bambino, professore  e alunno, maschera che a sua volta crea maschere per sopravvivere. In platea si ride, ma con amarezza. Temi che sono da sempre alla base del teatro pirandelliano: la differenza tra l'essere e l'apparire, fra la maschera sociale e chi sì è veramente, il bisogno di aver stima di se stessi, il sentimento che può nascere in situazioni proibitive. La vita è quello che l'individuo vuole per se e per il quale lotta.
Una volta raggiunta la forma si finisce di vivere, la forma imprigiona la vita, che diventa statica.
L'attenzione al particolare è pratica diffusa in questo raro Pirandello realizzato da Diablogues. Oltre agli ottimi Vetrano e Randisi si ritagliano un'interpretazione sicura e robusta il convincente Giovanni Moschella (Il Capitano Perella), dentro il personaggio e fuori dalla persona, ruvido lupo di mare che disprezza e deride il figlio Nonò e la moglie. Una buona intesa tra gli attori fa fiorire Ester Cucinotti, che dona al pubblico una buona interpretazione della moglie. Acuto come uno spillo il buon Antonio Lo Presti, (il dottor Nino Pulejo, medico, e suo fratello Totò, farmacista), un attore che nei toni bassi della voce dà luce a due figure abbastanza particolari. Brava anche Margherita Smedile, in scena nel doppio ruolo di governante di Paolino e domestica dei Perella.
Ma la vera sorpresa registica sta tutta in Giuliano Brunazzi e Francesco Pennacchia, scolaretti e marinai. Specie nel primo ruolo questi due ragazzi prendono per mano il pubblico e lo trasportano dentro la risata. Costretti dal professore a tradurre il latino in una stanza senza luce, i due giovanotti si ingegnano una fuga dalla prigione degna di Lupin: prima dalla porta, poi dal terrazzo, infine - alla fine del primo atto - ritrovano la vita in una botola posta sul boccascena, che si spalanca.